terrorismo

Carcere e web: ambienti contemporanei di radicalizzazione

Articolo di Giacomo Buoncompagni

Dall’analisi degli ultimi attacchi avvenuti e rivendicati dal gruppo terroristico Is a Parigi , Bruxelles, Germania, Turchia e non solo, si nota ormai come tale fenomeno si caratterizzi per asimmetria, flessibilità operativa e capacità di interconnessione comunicativa tra i gruppi e i soggetti e grande abilità e conoscenza dei sistemi di comunicazione digitali.

I neo-terroristi individuano il loro target principalmente sulla base del suo valore simbolico e grazie alla piattaforma  , i gruppi si aggregano organizzando attacchi e scambiando informazioni in network virtualizzati, disseminando video-attestazioni delle proprie gesta e soprattutto persuadendo i giovani ad arruolarsi ed abbracciare la loro ideologia attraverso forum, chat e social La globalizzazione della  terroristica viene oggi favorita dall’ampia diffusione e condivisione delle informazioni digitali, sviluppo tecnologico mediale e interconnessioni sul piano politico-economico. Secondo Alberto Fernandez, coordinatore del Center for Strategic Counter-Terrorism Communications per conto del Dipartimento di Stato statunitense, l’ISIS rappresenta il punto di riferimento in termini di qualità e quantità della propaganda.  Il sistema di distance learning (insegnamento/apprendimento a distanza) è un’innegabile risorsa strategica con la quale il messaggio jihadista raggiunge commilitoni e simpatizzanti, rafforzandone i legami e creando attività collettive internazionali.

Tra gli strumenti più usati troviamo forum, magazine e corsi online, fornisce ai visitatori materiali audiovisivi di apprendimento su svariati argomenti (da costruzione di armi biologiche a tecniche di sequestro), aggiornamenti e  sull’organizzazione e pubblicazioni. Dabiq è il magazine online ufficiale dell’ISIS, e rappresenta una versione più curata di Inspire Al Shamika . In aggiunta, bisogna certamente considerare il supporto globale di simpatizzati alla causa jihadista. Come non ricordare il caso di Grand Theft Auto: Salil al-Sawarim, videogioco ideato da un supporter indipendente, che riprende le dinamiche di GTA in stile ISIS.

La Social Media Strategy del Califfato è complessa e ben articolata: strategico l’utilizzo di social come Twitter, Facebook e YouTube e chat impenetrabili come whatsapp e telegram. Ulteriore novità introdotta dall’organizzazione sono certamente forme di  partecipativo. In aggiunta alle capacità comunicative e di marketing, l’ISIS si distingue per cultura, preparazione e intraprendenza tecnologica dei propri combattenti. Non solo attacchi di terra , digitali e hackerism, il Califfato ha creato app e software specifici per le proprie esigenze strategiche , promosse e utilizzate da migliaia di follower. 

Novità degli ultimi mesi, messa in evidenza anche in un recente intervento dell’attuale neo Presidente del Consiglio italiano Gentiloni ,il 5 gennaio scorso, è il successo di radicalizzazione all’interno di un altro ambiente, meno virtuale questa volta, quello del carcere.

 

 

Per arruolare nuove leve lo Stato Islamico sta abbandonando le moschee per puntare sempre di più sulle prigioni.

 

Spesso dalla criminalità alla radicalizzazione il passo è breve.

Elementi interessanti in tal senso emergono da uno studio pubblicato l’11 ottobre dal think tank britannico ICSR (International Center for the Study of Radicalisation and Political Violence), con sede al King College di Londra, il cui titolo è Criminal Pasts, Terrorist Futures: European Jihadists and the New Crime-Terror Nexus. Il rapporto è stato redatto esaminando i profili di 79 jihadisti rinchiusi nelle carceri europee, provenienti da Belgio, Gran Bretagna, Danimarca, Francia, Germania e Paesi Bassi. Tutti hanno un passato criminale e tutti prima di essere arrestati sono andati a combattere in Siria o sono stati coinvolti in attacchi terroristici compiuti in Europa. Dopo i primi attacchi in Francia , Gilles De Kerchove, coordinatore europeo contro il terrorismo , affermò che mettere in prigione migliaia di combattenti rientrati dalla Siria sarebbe stato “un invito alla loro radicalizzazione”. La recente vicenda di Anis Amri (ucciso in uno scontro a fuoco con la Polizia a Sesto San Giovanni), lo conferma : si era infatti radicalizzato durante quattro anni di detenzione in 6 penitenziari siciliani. Un recente rapporto del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha reso noto che sono 645 le persone a rischio di radicalizzazione tenute sotto controllo a partire dal loro ingresso nelle carceri italiane. Si fa sempre più strada la necessità di intervenire con un supporto psicologico per evitare la radicalizzazione, che va combattuta con una contro-narrativa in grado di cancellare nella mente messaggio di terrore e morte che arriva dal sedicente Stato islamico.

L’apprendimento di una subcultura criminale all’interno di un ambiente sociale, attraverso lo strumento della “comunicazione interattiva”, fu argomentazione centrale di un’interessante teoria, quella dell’”associazione differenziale”, elaborata dal criminologo Edwin Sutherland: il comportamento criminale viene appreso dall’interazione con altri (all’interno di gruppi, specifici ambienti o tra persone legate tra loro),  mediante un processo di comunicazione.

Le origini della radicalizzazione andrebbero dunque, in questo caso, ricercate nel  e nel carcere dove si costruiscono nuovi processi di socializzazione, all’interno dei quali l’individuo finisce per accogliere “nuove” norme e valori.

 

 

Tratto da periodico Italiano Daily

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